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giovedì 12 novembre 2015

Di quanto è triste Roma

Tano D'Amico, Roma, Acquedotto Felice, 1970


Che ne sapete voi di quanto è triste Roma, 
con i suoi papaveri ai bordi delle strade, 
di tutti, di nessuno,
sporchi,
affumicati dal vento,
dai passanti,
dal fumo,
dalle parole,
dalle voglie.

Quanto è triste coi suoi fuori sede ubriachi,
i loro libri impolverati
e le finestre socchiuse,
e il loro odio
e le loro critiche 
e la loro voglia di andare.

Che ne sapete di quanto è triste Roma ora,
quando è rossa la sera
e c'è una speranza
che è negli occhi di chi non è ancora arrivato
e tentenna
e si dimentica
non ha ancora niente
a tratti brama
poi si accorge che non vuole che essere altrove.

Che ne sapete di quanto è triste Roma a tutte le ore
lenta e stanca
ma sempre paziente
forse perché rassegnata
sconfitta e immobile
e chissà che altro.

Lei è troppo triste
perché è proprio come una madre
che non ha altro che i sogni dei suoi figli
e le sconfitte dei suoi figli
piange, ricorda,
sorride bonaria
d'orgoglio
e le speranze sue
le ha rigettate su quei figli.

Di quanto è triste Roma ma voi che ne sapete,
intenti a fare altro
a sedurla
e abbandonarla,
ad amarla senza capirla
e tutte quelle altre cose
che non fareste mai altrove.

martedì 3 novembre 2015

La città vecchia (Genova, 1944)

G. Berengo Gardin, Genova



Ci sono poche eventi che ricorda dell'infanzia, forse due o tre in tutto. Uno è il suo quinto compleanno, un altro è suo padre che le regala una bambola di pezza, un altro ancora è sua madre che si sbuccia un ginocchio correndo per le scale rossastre e scrostate dell’ingresso di casa. Ama ricordarli separatamente ma, lo sa solo lei, sono avvenuti tutti nello stesso giorno.

Ad infilare le calze si fa sempre troppo in fretta, pensa, mentre a toglierle si è sempre un po’ più lenti. Eppure dovrebbe essere il contrario, perché le calze portano calore e il calore fa bene, rilassa, mentre il freddo è malvagio e si insinua nelle ossa. Quando si esce, le ossa sono contornate da muscoli rigidi però, e le calze neanche si sentono più. C’è il freddo del vento del mare, quel mare che fa male a guardare, perché le onde e quel fischio e quell’orizzonte fanno sempre pensare troppo. Le strade della città sono più rassicuranti, si stringono e si riallargano lentamente. Sono strette quando c’è bisogno di camminare forte e si fanno ampie quando ci si deve confondere tra la folla. Ma il mare, prima o poi, si rivede. Infingardo.

Dall’altra parte della città c’è sempre qualcuno ad aspettarla, come oggi. Impaziente, insaziabile, pieno di speranza. Mai si ricorda che nell’infanzia qualcuno l’abbia aspettata tanto.

Nella città ci sono anche salite e discese ripide, che a volte con il peso sono troppo difficili. Per fortuna non deve mai portare troppe cose, lo sa, lo sanno anche gli altri. E il mare scompare, girando tra le vie, e scompare anche lei.  Ricompaiono insieme, a volte.

“Carla, Carla”. Si sente chiamare ma non risponde, non è il momento. Il suo nome risuona per un attimo, poi è subito un altro vicolo e altra gente, e altri suoni che la confondono. In ogni caso, conviene accelerare il passo, che non si sa mai. è vestita bene, come le ha chiesto. è più bionda del solito. Il soprabito non sembra neanche di tanto tempo prima. Di certo non lo direbbe o insinuerebbe nessuno. Delle mani ha sempre pensato un gran bene, perché sono delle belle mani, solamente non curate. Il passo è sicuro, elegante.

Si è quasi dimenticata, camminando e pensando, che oggi un pacchetto ce l’ha. Ed è chiuso con uno spago ben stretto. Glielo ha chiesto la sera prima. Gli ha chiesto di lasciarlo poggiato, davanti al portone verde. Nessuno la vedrà. Gli ha detto di stare tranquilla. Camminare a testa alta e lasciarlo lì. A prenderlo, qualcuno ci penserà sicuramente.



Cammina, perché è bella. Si sente bella. E libera.

sabato 26 ottobre 2013

Non siamo come gli stormi di uccelli

Non siamo come gli stormi di uccelli:
non danziamo armonici sul grigio azzurro del cielo,
nessuno ci scorge stupito,
nessuno ci canta.
nessuno ci vede.

Noi due siamo come le ombre sul mare:
che ogni onda
ogni vento
ogni sguardo
o ci muove 
o ci sfugge.

Non siamo come gli stormi di uccelli
dall'unisona natura, 
Noi due siamo come le ombre sul mare
che ognuna si perde,
muta.



domenica 20 ottobre 2013

La follia

La follia potrebbe
scatenarsi in un secondo
se solo lo volessi veramente.
Il delirio 
per un atto tanto dolce
sgorgherebbe presto,
a pensarci bene.
Qualsiasi moina
sarebbe legittima;
ogni pazzia
giustificata.
Ma di quello 
che si potrebbe fare
non mi importa.
Di tutti gli atti
più spiacevoli
non mi importa.
Ogni dolcezza
si annulla
e sparisce subito,
al pensiero
di una nuvola nera.

giovedì 17 ottobre 2013

Una giovane Sara in versi - L'odio

Quando ero più giovane ero molto più romantica, più poetica, più spensierata forse.
Scrivevo molto, e non mi facevo leggere per niente.

Oggi sono invecchiata, sono romantica in un modo realistico. Ho obiettivi anche nel romanticismo e scrivo soprattutto in prosa, quasi sempre per farmi leggere e in diversi contesti.

Oggi ho nostalgia della giovane Sara, promettente studentessa universitaria, che cercava in qualche modo la sua collocazione nel mondo. E per questo ho riesumato un vecchio quaderno, pieno di frasi, versi e qualche piccolo stralcio di diario. Nulla di costante, in questo almeno sono sempre rimasta fedele a me stessa.


Oggi vi propongo la prima della trilogia dal titolo "L'odio, la follia e l'amore". Mi faccio tenerezza da sola, cioè... guardate! Facevo anche di questi esperimenti. A domani e dopodomani con la follia e l'amore.



L'odio potrebbe scatenarsi 
in un secondo,
se solo lo volessi veramente.
Il disprezzo 
per un atto tanto vile sgorgherebbe presto,
a pensarci bene.
Qualsiasi insulto sarebbe legittimo;
ogni cattiveria
giustificata.
Ma di quello che si potrebbe fare
non mi importa.
Di tutti gli atti più ripugnanti
non mi importa.
Ogni viltà 
si annulla
e sparisce subito,
al pensiero di un raggio di sole.

(aprile 2004)


domenica 13 ottobre 2013

Nooralee che partì con i giullari

Tawdin era speciale. Nelle sue mani ogni oggetto veniva plasmato, trasformandosi ora in un mostro, ora in un angelo. La medesima fantasia, il medesimo gioco che Nooralee gli sottoponeva potevano portare alle lacrime più disperate oppure alla più sonora delle risate.

Nooralee non capiva come, non capiva in quale momento avveniva la mutazione, eppure nessuna polvere magica offuscava i suoi occhi e nessun sonno improvviso la colpiva.
Almeno non quando era con Tawdin.

Ma da qualche tempo, quando lui era lontano, impegnato nelle riunioni dei giullari o ad allietare altre corti, la fanciulla cadeva in inspiegabili sonni, sebbene egli non dimenticasse mai di ricevere i segnali delle nuvole viola sbriciolate della principessa, ogni volta che poteva.
Nonostante ciò, ella iniziava ad avvertire mancamenti e, come se nulla fosse, cadeva sovente in sonni profondissimi.

Durante questi lunghi momenti, stranamente, Nooralee non sognava. Non riposava. Non sentiva la voce di Tawdin. Non sperava di rivederlo presto. Dimenticava di ideare nuove trame da tessere insieme, non sapeva come né quando uscirne fuori. Non teneva più conto degli impegni di corte, dei quali un tempo non mancava di aver cura.

Tawdin era preoccupato e ogni sua soluzione sembrava vana. Arrivò un momento nel quale neanche la sua presenza bastava, il sonno arrivava, e ad ogni assopimento di Nooralee seguivano risvegli burrascosi.
Non poteva e non voleva più lasciarla sola. Inventò nuovi giochi, invitò nuovi amici, raccontò nuove storie.

Nooralee migliorò, lentamente.

Giunse il momento, però, di una nuova doverosa partenza per Tawdin. Il giullare non ebbe paura e chiese a Nooralee: "Vuoi venire con me?".
Nel regno di Kajir non era mai accaduto: una principessa nella carovana dei giullari.

Tawdin era veramente speciale, e forse neanche Nooralee se ne rendeva conto.

  http://farandolerie.blogspot.it/2012/12/nooralee-che-divento-un-giullare.html

mercoledì 19 giugno 2013

Nonna Teresa e l'America

Nonna Teresa in America non ci voleva proprio andare. L'America è lontana, gli disse la vicina, quella là che era rimasta sola con figli e marito all'altro mondo e chissà mai se li avrebbe rivisti. L'America fa paura, è quasi un miracolo se ci arrivi, Tere', su quella nave nera nera che a Napoli già puzza di tutto quello che manco Dio lo sa. In America, Terè, il cielo non lo riesci a vedere e rimani chiusa dentro e non vedrai più montagne, che dietro alle montagne lo sai che c'è Roma e il Papa e da qualche parte, non lontano, c'è pure il mare. Dicono che è bello il mare, ma io non l'ho mai visto Tere', ma quando ho visto quella foto di mio figlio, ah, commà, il mare era nero e vicino e mio figlio chiaro, col vestito buono e nient'altro.

Nonna Teresa aveva lasciato partire nonno Ambrogio, che tanto lui avrebbe lavorato qualche anno e poi sarebbe tornato e avrebbero comprato la casa o forse la terra e poi costruito sopra la casa. Qualche anno bastava, mangiando carne almeno una volta a settimana e aspettando che 'sti mammocci se fanno grossi e pigliano moglie. Giuseppe è tanto bello, coi soldi americani lo farò sposare a una regina.

Nonna Teresa così aveva aspettato e poi era arrivata la guerra e nonno Ambrogio era tornato. Tere', m'hanno richiamato, ma io qua non ci resto. Tere', dovresti vederla l'America. Ci sta tutto, i figli sono bianchi e rossi, lavori, guadagni, Tere', vieni in America, ti faccio fare la signora. Avrai cento vestiti e una casa vera, con la luce, e 'sti figli ti giuro Tere', li mando a scuola e li faccio tutti maestri e dottori.

Nonna Teresa in America non ci voleva andare. Rimango qua, che vedo il sole ogni mattina, rimango qua che qua voglio vedere nascere i miei nipoti e li voglio che parlano italiano. In America con te non ci vengo, che chissà che fai laggiù, che già m'hai dimenticato e me l'hanno detto che ti hanno visto con una, quello di Segni t'ha visto, il calzolaio, e me l'hanno detto che abiti come le bestie nelle stalle, senza manco un letto. No, io non ci vengo in America, io me ne resto qua.

sabato 23 marzo 2013

Euridice verso Orfeo


Orfeo ed Euridice, Antonio Canova, 1776.


Sconosciuta,
imperscrutabile agli occhi noti.

Nuova,
come d’incanto t’appaio.

Fresca,
invenzione tua, fuoco affine.

Tua e nuova,
vorrei esserti sostegno
e ricrearti come tu hai fatto
con me stremata,
appassita,
senza speranza.

domenica 30 dicembre 2012

Domani

Ti amerò domani,
quando il sole sarà alto nel cielo,

quando gli occhi risplenderanno ancora

quando tutto si aprirà d’incanto,

come in un inesorabile,
quanto atteso,
temporale senza nuvole.


Egon Schiele (1890-1918)
Abbraccio (amanti)

mercoledì 26 dicembre 2012

Nooralee che diventò un giullare

La principessa Nooralee viveva nel regno di Kajir, appartenuto a non si sa chi, non si sa da quando, non si sa perché. Erano al suo fianco principesse del suo stesso rango sempre innamorate, principi fedeli compagni di giochi, anziane contesse con bocche stracolme di buoni consigli, cavalieri partiti e più volte ritornati, visconti dalle grosse pretese. Grazie a loro non avvertiva mai la benché minima solitudine.

Nessuno aveva mai intaccato l'armonia di Kajir, e i ricordi delle guerre passate riposavano su libri preziosi ed ogni giorno consultabili, scritti con dovizie di particolari dai cantori.
Pochi approdavano nel regno, salvo squadre di giullari che vi si stabilivano, di tanto in tanto. Alcuni rimanevano per qualche stagione, altri per tutta la loro lunga esistenza, fornendo un servizio indispensabile agli abitanti del regno: quello di far ridere. Non tutti i kajiri amavano i giullari e l'arte della risata. I nuovi arrivati erano diversi dai nobili kajiri: amavano indossare abiti multiformi, parlare con migliaia di tonalità e volumi diversi all'interno della stessa frase e mangiare cibi che gli abitanti del regno trovavano a dir poco disgustosi. Per questo molti li disprezzavano e molti andavano a visitarli solo nella sicurezza delle tenebre, di nascosto da tutti. Altri ancora ne erano incuriositi, altri mostravano indifferenza totale, altri iniziavano ad avvicinarli.

Nooralee, per gioco e per caso, per noia o per non essere da meno dei più audaci, iniziò a lanciare timidi messaggi al mondo dei giullari. Solo pensando, ella poteva chiamare a sé le persone, e così fece. Per ascoltare i suoi richiami occorreva però essere soavemente addormentati, essere in procinto di sognare qualcosa di molto piacevole ed avere la porta dei sogni sempre socchiusa e mai serrata da pesanti catene. Una sera uno dei giullari, Taowin, riuscì ad afferrare le onde armoniche della principessa. I due dialogarono per tutta la notte, giocarono sui prati più verdi, navigarono i fiumi più selvaggi, scivolarono su bianche montagne dolci e morbide, scamparono fuochi avvicinandoli senza paura e quasi attraversandoli, furono in grado di afferrare nuvole viola che sembravano di polvere fino a quando il giorno venne a svegliare Taowin ed a addormentare Nooralee. Andarono avanti così per molte notti. Poi le notti non furono più abbastanza ed arrivarono i giorni. La principessa e il giullare si incontravano alla luce del tiepido sole e vedevano le sterminate valli del regno l'uno negli occhi dell'altra, ascoltavano gli uccelli cantare e Taowin aiutava Nooralee ad imparare a imitarne il suono. Lui, invece, apprese come richiamare la sua amica nel sonno, per ogni volta che aveva bisogno delle nuvole viola da sbriciolare in sua compagnia.

Intanto, in un regno non molto lontano, alcuni giullari erano stati accusati di non far ridere abbastanza. Molto e poco cambiò nella loro vita, anche a Kajir. Qualcuno smise di recarsi da loro, i grandi nemici organizzarono contro-giullarate, ma i loro amici rimasero sempre fedeli.

Taowin, turbato da questi disordini, disse un giorno a Nooralee: "Voglio lasciare la confederazione dei regni. Non mi piace più niente nei pressi di Kajir."
Nooralee gli rispose: "Non ti piace più nulla di questo posto? Neanche i kajiri? Neanche io?"
E lui: "Ma tu sei una giullare."




(Nooralee pensò che il suo amico fosse pazzo, che non avesse capito nulla. Invece era lei che in quel momento, non aveva capito nulla. E quanto a noi nel nostro mondo... come e perché Nooralee diventò un giullare?)

martedì 27 marzo 2012

Neve (per uno strappo alla regola)

Cade la neve e, 
come la neve,
cado io.
Dalla mia finestra la vedo danzare,
pura e solitaria,
prima di schiantarsi.
Forse si farà male,
ma non le interessa.
Il dolore è solo nella mente,
nella mente di chi la guarda.

Cade la neve e,
insieme alla neve,
non solo io.
Sotto le mie coperte non sento caldo,
non sento freddo,
non sento niente.
Come se prima non avessi avuto nulla,
ed ora tutto.
Come se adesso fossi tutto,
ma non so tenere nulla.

Cade la neve e,
senza la neve,
ci sono solo io.
Lontana da te non sono niente,
mi schianto sola,
quasi come ieri.

(10 febbraio 2011)